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ghetto di roma

Il Ghetto di Roma, un giro in giro.

Il Ghetto di Roma ha una storia lunga ed affascinante; ancora oggi permette ai propri visitatori e a tutti noi romani di percorrere le viette che la caratterizzanno compiendo un vero e proprio viaggio nel tempo, condividendone musica, sapori e immagini inconfondibili.

Da quando abito ad Acilia, ogni volta che riesco a convincere la mia famiglia a passare una giornata in centro, divento nervosa. Intanto perché quasi sempre per riuscirci ho dovuto superare le obiezioni di mio marito che avrebbe preferito, quasi sempre, andare a fare una passeggiata in pineta o un giro dentro qualche centro commerciale (di solito Parco Leonardo, perché se non mi tiene lontana da Roma non è contento! Grrr).

Io mi vesto a festa, manco andassimo a un cenone di Capodanno, vesto a festa anche mia figlia che borbotta perché lei “non capisce perché non siamo andati al maneggio anche oggi” (lei adora i cavalli).

Supero così ogni resistenza e mi sento esattamente quella che sono: una madre “rompiballe” che sta obbligando tutti a fare qualcosa che non volevano fare. Non contenta questa volta ho coinvolto anche i miei amici Alice e Francesco….evviva!

Partiamo! Io sono ansiosa come un esiliato che dopo cento anni torna in Patria. Il sole è alto e il cielo è chiarissimo: sto andando incontro alla bellezza, alla storia, allo smog, al casino, al traffico. Insomma torno a casa.

Direzione di oggi: il Ghetto di Roma, un luogo che io semplicemente adoro!

In macchina è la solita situazione da cardiopalma: non bastano i trenta interminabili chilometri che mi dividono dalla meta, no. Non basta la Cristoforo Colombo che ce la teniamo abbozzata da anni e che il Comune decide di rifare proprio in questi giorni.

Ci si mette ovviamente l’ amato coniuge, che guardando il mio ginocchio sobbalzare su e giù che manco in palestra con Schwarenegger come allenatore mi chiede:

“Sei nervosa?”

Io: “No, no”

Lui: “ Ma che hai fatto?”

La mia mente risponde “ Ma che vuoi che ho fatto? Stiamo in macchina da un quarto e non siamo arrivati manco alla Tenuta del Presidente porcapalettaladrainfame, stai andando a venticinque chilometri l’ora, se ti becca ti insulta pure l’autovelox, se vai un po più piano torniamo indietro!”

E invece dalle mie labbra esce un più conciliante: “Niente amore, davvero”

La Colombo scorre, lenta, ma scorre. Passiamo davanti alla Bocca della Verità, poi Lungotevere, si intravede la Sinagoga. Finalmente arriviamo, dobbiamo solo trovare parcheggio e il gioco è fatto.

Ragazzi, ve lo giuro, in undici anni di matrimonio Marco ha preso multe ovunque e per qualunque cosa!

Il top lo raggiunse qualche anno fa: per un solo giorno gli ho affidato la “Piccola Ka” la mia prima macchinina super scassata alla quale tenevo tanto. Morale: la mia piccola freccia d’argento è stata portata via dal carroattrezzi, centocinquanta euro per riprenderla da quel triste deposito, multa per il divieto di sosta e decurtazione dei punti (i miei!!). Ancora devo capire dove l’avesse parcheggiata…probabilmente in sosta vieta, con due gomme sulle strisce, due sul marciapiede, in piena Ztl e davanti agli uffici della municipale!

Ma oggi no, oggi dobbiamo trovare il posto perfetto da cittadini perfetti! Sospiro rassegnata e alla fine ci infiliamo in un buchetto al fianco del marciapiede.

Comunque ce l’abbiamo fatta! Sono un fascio di nervi, ma siamo arrivati davvero.

Gironzoliamo un po’ e facciamo un sacco di foto, la giornata è splendida e non c’è tantissima gente. Andiamo dall’altra parte del ponte: a Trastevere sembra che il tempo si sia fermato. Il “bionno Tevere” oggi è agitato, il color biscotto degli edifici contrastano con i rampicanti verdi che li avvolgono, deliziosi angoletti nascondono antiche botteghe storiche che resistono al passare del tempo.

Continuo a camminare con mia figlia per mano che mi fa mille domande e alla fine entriamo nel cuore del quartiere ebraico, uno dei più antichi del mondo.

La storia di questo luogo ha radici profonde.

Con la bolla Cum Nimis Absurdum del 1555 Papa Paolo IV ordina la costruzione di quello che veniva chiamato “il serraglio degli ebrei” consentendone l’accesso e l’uscita solo da due ingressi; contestualmente il Papa revoca ogni diritto ai cittadini di religione ebraica, imponendogli di indossare un distintivo di riconoscimento di colore glauco.

La segregazione degli ebrei dura (con pochi e brevi intervalli) per quasi trecento anni, vedendo la sua fine e la conseguente emancipazione dei cittadini del rione, con la Repubblica Romana nel 1849.

Solo nel 1870 però il ghetto fu definitamente abolito, cioè dopo la Breccia di Porta Pia.

Ma quello che sto guardando oggi insieme alla mia famiglia, non è lo stesso luogo che ha fatto da cornice a quegli anni difficili. Con il nuovo piano regolatore del 1888 infatti, gli edifici vengono abbattuti e con loro scompare il vecchio tessuto urbano del rione lasciando spazio a nuove costruzioni e a tre strade: Via del Portico d’Ottavia (ex Via della pescheria), Via del Tempio e Via Catalana.

Ci perdiamo in queste strade e in altre viuzze per più di un’ora. Incontriamo la Chiesa di Sant’Angelo in Pescheria (chiamata così poiché ricavata all’interno dell’ex mercato del pesce), la casa di Lorenzo Manilio, la Fontana delle Tartarughe del Bernini, il Tempio Maggiore di Roma.

Sui muri le targhe che riportano il ricordo al rastrellamento nazista del 1943 ed alla deportazione di oltre mille ebrei. La mia bambina mi fa delle domande. Le parole mi si fermano in gola. E’ troppo piccola e troppo innocente per sapere fino a che punto può essere crudele l’uomo. O forse sono semplicemente io che non sono ancora pronta. Le risponderò un giorno ma non qui, non oggi.

E’ arrivata l’ora del pranzo. Andiamo spesso a mangiare in questo bellissimo spicchio della città e questa volta abbiamo scelto il ristorante “Su Ghetto”. Ci accomodiamo in un tavolino all’aperto ed i nostri amici, Alice e Francesco, ci raggiungono poco dopo. Che ve lo dico a fare: carciofi, costolette di agnello, salumi  e piatti della tradizione romana e Kosher.  Mentre mangiamo all’aperto notiamo accanto a noi una  lunghissima e composta fila di persone in attesa di entrare in un negozietto piccolo e senza insegna: è la “Pasticceria Boccione” che scopriamo essere una delle migliori pasticcerie della tradizione dolciaria ebraica in città.

“Mettiamoci in fila anche noi e prendiamo qualcosa!” dico sorridendo, anzi, sogghignando perché già sapevo la reazione di mio marito: “Ennodaichepallemaguardaquantagente”.

Si alza per andare a pagare il conto…che errore! Agguanto il cappotto di corsa urlando “ci vediamo dopo voi intanto pagate” e mi metto in fila anche io.

Intanto due signori con una fisarmonica e un violoncello cominciano a suonare delle canzoni della tradizione Yddish: il suono di questa musica è molto malinconia e a tratti mette un po’ tristezza, ma è davvero bella.

Dopo una ventina di minuti in fila, io e il mio amico Francesco che nel frattempo si è messo in fila anche lui, raggiungiamo il traguardo: prendiamo la tradizionale pizza ebraica con canditi e noci, una fetta di torta all’albicocca e mandorle e dei tozzetti. Tutto squisito! Assolutamente da provare!

Ci avviamo verso il pomeriggio, il sole comincia lentamente a calare e siamo tutti un po’ stanchi. Salutiamo i nostri amici e andiamo a riprendere la macchina. Sono felice e soddisfatta.

Guardo Roma passare veloce dal finestrino della nostra auto; in un attimo siamo vicino a Via dei Cerchi, in un battibaleno all’imbocco della Colombo; la strada corre veloce…effettivamente troppo veloce. Qualcosa non torna… “Ah ecco” penso “sto fetente adesso sta a ottanta chilometri all’ora!!!”.

Vabbè va, andiamocene a casa. La piccola dorme sul sedile posteriore, Marco mi sopportato abbastanza ed io per oggi ho fatto il pieno di Roma mia.

Mi posso accontentare, almeno fino a domani.

 

 

 

 

 

 

 

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Categoria:Il Diario
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CHI SONO
Federica Orafiore

Sono formatrice, progettista di terzo settore e organizzatrice di eventi sociali e culturali. Nata e cresciuta nel quartiere Appio Latino, per fato o per destino trasferita ad Acilia. Lettrice accanita, scrittrice per passione, sognatrice per vocazione, geneticamente incasinata. Fiera italiana, ma soprattutto “Romana de Roma”. Questo blog nasce per raccontare l’anima di questa mia incredibile, eterna città.